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Valle Pesio

I Sentieri della Memoria
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"Resistenza Sempre, nel Rinnovamento"

Il Museo e la sua Storia

Dalla mostra del 1994 alla Rete Nazionale "Paesaggi della Memoria"

Le Origini

La nascita del Museo

L’idea di creare a Chiusa di Pesio un luogo dedicato alla Resistenza nacque nell’aprile 1994 quando alcuni partigiani delle Formazioni “R” (Rinnovamento), che operarono in Valle Pesio nella banda comandata dal cap. Piero Cosa, decisero di presentarsi alla scuola media “T. Vallauri” di Chiusa di Pesio per raccontare ai ragazzi, nel cinquantesimo anniversario, i momenti salienti di quella che viene chiamata la “battaglia di Pasqua”, svoltasi dal 7 al 12 aprile 1944, giorni in cui i tedeschi iniziarono l’attacco alla Valle Pesio. L’incontro con i partigiani, tra i quali Piero Cosa e Dino Giacosa, fu particolarmente toccante e il preside Antonino Pecollo, nonché sindaco di Chiusa di Pesio, si fece portavoce per ulteriori iniziative.

Sede del Museo della Resistenza

Complesso museale "Cav. Giuseppe Avena"

Dalla mostra allestita nella scuola "T.Vallauri" al museo ospitato nell'antico palazzo comunale

L’esposizione di due pannelli fotografici che raccontavano momenti di vita partigiana stimolò la curiosità di tutti. I pannelli, insieme a molti altri, facevano parte di una mostra partigiana allestita nel 1980 dall’Associazione “Ignazio Vian” alla Certosa di Pesio. Terminato il periodo di esposizione, erano stati depositati negli scantinati della sede del Parco della Valle Pesio.

Ritrovati tutti i pannelli, essi furono portati nel seminterrato della scuola “T. Vallauri” e, in un crescendo di interesse, di stimoli e di partecipazione da parte di alunni, partigiani ed insegnanti, fu allestita la prima mostra fotografica sulle Formazioni “R”.

Fazzoletto ricavato con la seta dei paracadute

Fazzoletto ricavato con la seta dei paracadute

Contenitori utilizzati per gli aviolanci

Contenitori utilizzati per gli aviolanci

La mostra venne poi spostata, per ragioni di sicurezza, in alcune sale della biblioteca comunale. Il sindaco Pecollo intanto trovò i finanziamenti per riqualificare una parte dell’antico palazzo comunale, una costruzione di impianto quattrocentesco, sito in via Mazzini, nel centro del paese, destinata ad ospitare il museo della Resistenza.

Sede museale ed esposizione temporanea
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Sede museale ed esposizione temporanea

Nel 2000, il repertorio fotografico esposto venne nuovamente studiato, riorganizzato, integrato da nuove immagini tratte dagli album di ricordi di partigiani e di gente comune coinvolta nelle vicende di quei mesi dal 1943 al 1945. Il tutto venne raccolto nel volume “Immagini di Resistenza. Storia, memoria, fotografia”, curato da Adolfo Mignemi, allora responsabile della ricerca dell’Istituto storico della Resistenza di Novara e uno tra i primi studiosi dell’iconografia resistenziale.

Nel 2002 fu costituita l’Associazione “Resistenza sempre nel rinnovamento” con lo scopo di gestire, per conto del Comune, sia il museo sia il Sacrario-cimitero partigiano di Certosa di Pesio di cui l’amministrazione era divenuta dal 1995 proprietaria (convenzione con Ministero della Difesa 11 sett. 1995, n. 3049 rep.). Il primo Presidente dell’Associazione fu Antonino Pecollo, rimasto in carica fino al 2017, anno della sua morte.

Nel 2003 si elaborò un progetto di allestimento museale e, terminati i lavori all’ultimo piano dell' antico Palazzo Comunale, quelle immagini riordinate e pubblicate tre anni prima, relative alle vicende partigiane nelle Valli Josina, Pesio, Ellero, Maudagna e Corsaglia, furono poste su nuovi pannelli per allestire le diverse sale del museo. Alla rinnovata esposizione venne dato il titolo ‟I sentieri della memoria”.

Il progetto scientifico, storico e museale dell’allestimento venne curato da Adolfo Mignemi, l’organizzazione tecnico-grafica da Rossella Bottini e Giorgio Poletti di “Alterstudio” (Novara), mentre le strutture espositive furono progettate dagli architetti Valeria Cottino e Cristina Ferrero.

La Documentazione fotografica

All’interno del museo è possibile vedere esposte numerose immagini. Tra quelle scattate nel territorio in cui operò la Terza divisione Alpi comandata da Piero Cosa, la maggior parte delle riprese fu opera di don Giuseppe Bruno, giovane cappellano partigiano che, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, intuendo quanto stava accadendo intorno alla sua parrocchia, al Borgato di Mondovì, e nelle valli monregalesi, scelse di vivere interamente la lotta per la libertà e la conquista della democrazia dalla parte di chi, in particolare i giovani, voleva, dopo anni di guerra, la pace e un mondo diverso.

Ben consapevole del carattere eccezionale del momento che si stava vivendo, la sua passione per la fotografia si tradusse nell’impegno a “documentare” quanto stava accadendo in quei mesi e ciò di cui si finiva con l’essere testimoni oltre che protagonisti. La sua macchina fotografica è oggi parte delle collezioni del museo e così i suoi preziosissimi negativi.

La fotocamera di don Giuseppe Bruno

La fotocamera di don Giuseppe Bruno

Molto altro materiale fotografico è conservato ed in parte esposto, a partire dagli scatti dell’unico fotografo professionista della valle, Bernardino Cometto, che documentò la giornata della Liberazione il 29 aprile 1945. Accanto a tutte queste immagini di cui conosciamo gli autori sono presenti al Museo molte fotografie opera di sconosciuti fotografi d’occasione, non professionisti.

Tutti questi documenti visivi sono conservati, quasi sempre in copia originale, nell’archivio del museo ed ogni fotografia, in cui si documentano momenti di vita partigiana, dagli spostamenti sulla neve alle celebrazioni di riti religiosi, dal recupero di materiali paracadutati dagli Alleati ai momenti di riposo tra un’azione e l’altra, è accompagnata da annotazioni circa la sua provenienza, il contesto in cui è stata scattata, la data, l’autore.

I Due Percorsi: Giallo e Rosso

Il museo propone accanto alle immagini moltissimi oggetti. L’allestimento museale si snoda attraverso due percorsi principali: il percorso “giallo”, che ha come titolo ‟ Il Novecento: il secolo delle guerre” e il percorso “rosso”, titolato “Sentieri della libertà”, legato alla storia e alla documentazione locale. La scelta del duplice percorso, generale e locale, è stata dettata, oltre che dalle esigenze di illustrazione di una vicenda estremamente complessa, dalla volontà di realizzare un percorso che non fosse semplicemente autoreferenziale per una comunità che non esiste più con le caratteristiche di allora, non unicamente per il naturale avvicendamento generazionale, ma in ragione delle profonde trasformazioni sociologiche intervenute sul territorio.

Tali percorsi sono illustrati da scenografie di forte impatto emotivo, da ingrandimenti di immagini fotografiche, da oggetti, donati al Museo e appartenuti ai protagonisti di quegli avvenimenti, che hanno una capacità di narrare a volte ineguagliabile.

Cappio di Ignazio Vian

Degni di nota, per lo strazio che evocano, sono senza dubbio il cappio rinvenuto sul corpo di Ignazio Vian, comandante partigiano che combatté a Boves, in val Casotto e in val Corsaglia. Catturato fu impiccato a Torino in corso Vinzaglio il 22 luglio 1944; il suo corpo fu rinvenuto da don Giuseppe Bruno, terminata la guerra, in una fossa comune e sepolto nel Sacrario cimitero partigiano di Certosa di Pesio. Il frustino arabo che nasconde un acuminato stiletto con il quale vennero barbaramente torturati alcuni partigiani prigionieri catturati in Val Ellero durante il rastrellamento nazifascista del dicembre 1944. Il frustino venne trafugato dalla levatrice di Roccaforte Mondovì Sig.ra De Giorgis Teresa (detta Teresita), agente del Servizio X, ad un ufficiale tedesco che aveva installato il proprio comando nell'appartamento di "Teresita" durante i suddetti combattimenti.

Pedalina tipografica

Accanto a questi vi sono oggetti che furono protagonisti delle stesse quotidiane vicende resistenziali: la “pedalina”, piccola macchina tipografica acquistata da don Giuseppe Bruno, con cui veniva stampato il periodico clandestino “Rinascita d’Italia” e il materiale di propaganda partigiana, nascosta in vari luoghi tra cui il convento delle suore a Santa Lucia, in valle Ellero; una radio militare di origine francese con cui le formazioni partigiane tentavano di tenersi in contatto e di coordinarsi con gli Alleati; i contenitori utilizzati per gli aviolanci di aiuti ai partigiani e gli indumenti confezionati con la seta dei paracadute utilizzati nei lanci; il minaccioso avviso in italiano e tedesco, dipinto su legno e affisso alla stazione ferroviaria di Cuneo, in cui si avvertiva che il territorio era pericoloso perché vi agivano le bande partigiane; l’altarino da campo, appartenuto a don Giuseppe Bruno con cui celebrava la messa presso i vari distaccamenti partigiani. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Il Museo è dotato di una biblioteca, di un archivio storico, di un’aula didattica e di una stazione interattiva multimediale che dà conto di tutta la documentazione e del percorso scientifico sotteso all’allestimento, nelle sue due tracce fondamentali. Esso include la riproduzione di un migliaio di immagini, alcune migliaia di pagine di testo, un centinaio tra cartografie e visualizzazioni grafiche, alcuni brevi filmati e numerosi documenti sonori autobiografici. Alla ricerca di feconde suggestioni, inoltre, la visita alle sale è accompagnata da documenti sonori degli anni Quaranta.

Il Museo della Resistenza di Chiusa di Pesio, come tutti i musei sparsi sul territorio nazionale, a più di vent’anni di distanza continua, oggi più che mai, a mantenere viva la memoria delle pagine più drammatiche della storia del secolo scorso e di ciò che esse avevano rappresentato: il rifiuto della guerra e del fascismo, la lotta e la riconquista della libertà, la riscoperta della dignità collettiva che la cosiddetta “grande storia” aveva marginalizzato in misura crescente.

Luoghi della Memoria

Sacrario cimitero della Certosa di Pesio

Sacrario cimitero della Certosa di Pesio

Cimitero di Pian delle Gorre

Cimitero di Pian delle Gorre

La struttura del museo è anche il punto di riferimento per percorsi nei “luoghi della memoria” valorizzati nel territorio, puntualmente dotati di apposita segnaletica e resi facilmente accessibili, accompagnati da una cartografia chiara e sintetica in distribuzione al pubblico. Tra questi percorsi vi è quello che sale al Pian delle Gorre partendo dal Sacrario cimitero partigiano di Certosa di Pesio. Questa struttura monumentale venne realizzata nel dopoguerra dai partigiani del territorio, trasferendo i corpi dei partigiani che erano stati in precedenza sepolti nel cimiterino partigiano di Pian delle Gorre, voluto da don Giuseppe Bruno nel 1944, caso forse unico in Italia di luogo di sepoltura di partigiani creato durante il conflitto mondiale in territorio sottoposto ancora a occupazione tedesca. Altro significativo percorso è quello che parte dal museo e raggiunge i nove principali “luoghi di memoria” presenti nella Valle Pesio in corrispondenza di teatri di combattimenti o luoghi ove furono assassinati civili.

Paesaggi della Memoria

Citato fin dalla sua apertura in varie guide italiane ed anche in alcune edite all’estero dedicate alle vicende della seconda guerra mondiale, nel 2017 il museo di Chiusa di Pesio è stato tra i fondatori della rete nazionale “Paesaggi della memoria” che raggruppa musei e “luoghi di memoria dell’antifascismo, della deportazione, della Resistenza e della Liberazione in Italia”. La rete ha la sua sede in Milano, alla Casa della Memoria, presso l’“Istituto nazionale ‘Ferruccio Parri’. Rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea”. A “Paesaggi della memoria” hanno aderito i principali musei di storia contemporanea attivi in Italia.